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Tour de France 2016

Tour de France 2016, vincono noia e attesa. È ora di cambiare?

Diciamocela tutta: non scopriamo di certo l’acqua calda, né tantomeno offendiamo nessuno se affermiamo che il Tour de France 2016 è stato per lunghi tratti noioso. Chris Froome ha vinto la sua terza maglia gialla con merito, ma quanto spettacolo davvero c’è stato? E non è giunta l’ora di cambiare qualcosa?

Cosa rimarrà della Grande Boucle appena archiviata? Certamente i blitz del vincitore, nonché le sue impeccabili cronometro, quelle che hanno scavato un solco tra sé e gli avversari. E poi tante belle immagini per quanto concerne i successi parziali: dagli sprint irresistibili di Mark Cavendish (Dimension Data) ad un altrettanto irresistibile Peter Sagan (Tinkoff), maglia verde e sempre propositivo.

Ricordiamo ancora gli sforzi in salita della maglia a pois Rafal Majka (Tinkoff), di un mai domo Jarlinson Pantano e del bis, quasi tris, di Tom Dumoulin. Di certo non rimarranno negli annali le battaglie tra gli uomini di classifica, che di fatto sono completamente mancate.

Si è vissuto per tre settimane nella speranza di un qualcosa pronto per accadere, un lampo, una fiammata di colui che volesse sovvertire i pronostici già scritti dopo l’attacco di Froome a Bagneres-de-Luchon, ma niente. Non l’ha fatto Nairo Quintana, il più atteso alla vigilia, non l’hanno fatto i tanti giovani che pure hanno ben figurato e per i quali la tenera età costituisce un valido alibi. Un Alberto Contador al top si sarebbe di sicuro comportato diversamente, ma non serve scaricare le colpe solo sui corridori presenti.

Eppure i percorsi quest’anno lasciavano spazio all’immaginazione: quattro soli arrivi in salita, è vero, ma tre tappe pirenaiche la prima settimana, Ventoux e Culoz la seconda e quattro frazioni alpine la terza costituivano terreno fertile per chi avesse voluto tentare. Con un Team Sky che, però, ha sbarrato la strada a chiunque avesse manifestato l’intenzione di provare ad aprire i giochi.

E allora cosa occorre? Cambiar qualcosa, certamente. Il direttore dell’Aso Christian Proudhomme sostiene ciò che tanti pensano già da molto tempo: ridurre il numero di corridori per squadra dai nove attuali a otto. Non sarebbe facile allo stesso modo tenere la corsa chiusa, si creerebbe più verve e ne beneficerebbe lo spettacolo, mai così avaro come in quest’occasione.

La strapotenza della formazione della maglia gialla ha finito per anestetizzare la corsa sulle montagne – ha osservato Proudhomme – so che le grandi squadre non vogliono saperne, ma […] questa è una decisione da prendere nell’interesse del ciclismo“.

Tale idea sarà discussa nel prossimo incontro Uci a proposito della tanto chiacchierata riforma del ciclismo, ma si arriverà davvero ad un punto di svolta? Il Tour rimane la corsa più prestigiosa al mondo, ma è fondamentale che non vengano mai meno emozione e adrenalina.

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